Festa Titolare Nobile Contrada dell’Aquila

La prima Festa Titolare di venerdì

Sì, si tratta della prima volta che in vita mia assisto alla festa titolare di venerdì, in quanto la decisione della Contrada, date le circostanze è giustamente quella di festeggiare il giorno effettivo della ricorrenza. L’evento mi provoca una sensazione strana, quasi di asincronicità, come se tutto risultasse fuori dai tempi scanditi dalle tradizioni e percepito in maniera ovattata senza poterlo vivere fino in fondo, ma d’altro canto, purtroppo, la situazione questo ci impone. Credo che la Festa Titolare sia il momento più importante di tutto l’anno in quanto raccoglie gli aspetti più significatici della vita contradaiola nella sua interezza: dal Battesimo alla visita ai cimiteri per rendere omaggio ai contradaioli defunti, dal mattutino insieme alle Alleate alla cena del giro. Ecco la Festa titolare racchiude tutte le emozioni sacre e ludiche all’interno di ognuno di noi, che ti portano a vivere dei giorni di gioia impegno fatica e fraternità condivisa con tutte le Consorelle. Purtroppo, come dicevo, prima quest’anno non sarà possibile viverla a pieno, senza l’attesa per indossare la montura, il risveglio la mattina dovuto all’impazienza dei primi bambini che alle 7 già suonano sotto camera, la visita alle Consorelle a cantare tutti insieme il Maria Mater, la fatica che ormai avanza con l’età e la gioia di rientrare nel tuo rione illuminato e addobbato a festa la sera, stanco ma con un senso di soddisfazione e appagamento che non è misurabile con nessuno strumento. Quest’anno nella programmazione della Festa Titolare ci sarà comunque un evento importante: dopo una serie i lavori riapriremo il museo della Contrada, e troveremo una bella sorpresa. L’amministrazione comunale ha infatti concesso alla Contrada la lupa di marmo che per secoli è stata ai Quattro Cantoni, e nelle nostre stanze potremo vederla sopra la colonna del Terzo di Città, come la vedevamo a bambini in Piazza Postierla.

Gianluca Rustici

Gabriele Boschi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO PATRONO NOBILE CONTRADA DELL’AQUILA

La Festa titolare della Nobile Contrada dell’Aquila viene celebrata in onore del Santissimo Nome di Maria. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 12 settembre.

A seguito della soppressione delle compagnie laicali voluta dal granduca Pietro Leopoldo di Lorena, la Nobile Contrada dell’Aquila ottenne l’uso e la proprietà dell’oratorio di San Giovanni Battista detto dei Tredicini, ubicato nel Casato di Sotto. I Tredicini erano una delle molte confraternite senese e si riunirono per fare opere di carità nel 1607; soltanto nel 1629, tuttavia, il nobile Girolamo Pecci donò loro l’edificio in cui di lì a poco sarebbe stato innalzato l’oratorio intitolato al patrono della compagnia Giovanni Battista e progettato da Flaminio del Turco. Costui era ormai un architetto di fama, che vantava tra l’altro nel suo curriculum la direzione dei lavori del cantiere della nuova chiesa mariana di Provenzano.

Di piccole dimensioni, l’oratorio dei Tredicini si contraddistingue per il carattere intimo e raccolto, dovuto innanzi tutto alla pianta ellittica, che anticipa le più bizzarre invenzioni del barocco romano, e Flaminio del Turco elaborò pochi anni prima che Francesco Borromini ideasse la chiesa romana di San Carlo alle Quattro Fontane.

L’interno dell’oratorio conserva i tre altari originali e le relative tele, che per uno strano caso del destino illustrano le tre principali tendenze del Seicento pittorico italiano ed europeo. Sull’altare maggiore è un dipinto che potremmo definire barocco, e raffigura la Nascita, circoncisione e imposizione del nome al Battista, rendendo omaggio al titolare della chiesa e alla festa del 24 giugno che era celebrata dai Tredicini. Il dipinto risale al 1673, e si tratta dell’ultima opera documentata di Bernardino Mei, che dovette affidarla in parte alla bottega e la inviò da Roma: grande capitale artistica del Barocco, in cui il pittore senese aveva fatto fortuna grazie anche al concittadino Fabio Chigi, divenuto papa Alessandro VII.

Più antichi sono i dipinti degli altari laterali: a destra è una Sacra famiglia con San Giovannino e San Tommaso, che risale al 1638 e fu eseguita dal senese Astolfo Petrazzi, guardando ai modi armoniosi e misurati del bolognese Guido Reni, che pochi anni prima aveva realizzato per Siena una celebre tela con la Circoncisione per San Martino. La figura che fa capolino in basso, nelle vesti di San Tommaso, altri non è che il committente del dipinto, tal Tommaso Caselli.

Nell’altare di sinistra è una tela dal fondo scuro, in cui si riconosce bene la devozione per la pittura del naturale del Caravaggio. Fu dipinta nel 1643 da Domenico Manetti, figlio di Rutilio (il più noto tra i caravaggisti senesi), e una luce netta vi fa risaltare quelle poche e solide figure utili a comporre l’episodio evangelico della Moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Resta da dire della piccola icona raffigurante la Madonna del latte sull’altare maggiore: è un antico dono alla Contrada del Tredicino Francesco Pollini e deve essere stata dipinta nel corso del secolo XVIII dal nipote di Pietro Ramato da Pesaro, stando a una scritta sul retro. Ispirata palesemente alla pittura bizantina, secondo una tradizione che ebbe lungo corso in area adriatica e ancora perdura nella Chiesa orientale, questa tavoletta è l’immagine mariana per eccellenza dell’oratorio della Nobile Contrada dell’Aquila, di fronte alla quale viene cantato il Maria Mater.

 

Festa Titolare Contrada della Pantera

Ripensando ai primi giorni di aprile, sembra quasi impossibile immaginare la possibilità di celebrare la nostra Festa Titolare rispettando quei limiti imposti dalla contingenza. È vero che vengono meno momenti fondamentali come il Battesimo contradaiolo o l’omaggio alle Consorelle, ma questo senso di intima partecipazione esalta quel senso di appartenenza alla base dell’essere panterini e senesi. Apprezzare in modo più intenso il rione imbandierato, rivedere con occhi diversi la luce di un braccialetto acceso, tornare a vivere la strada, i vicoli del territorio così come, forse in modo meno ‘commerciale’, accadeva tanti decenni fa, sono emozioni di cui dovremmo fare tesoro anche nel futuro: agguantare da questo momento storico tutto il bello che esso porta con sé, per quanto limitato, ma pur sempre bello. Sì, perché Siena e le sue contrade sanno andare oltre ‘il gioco’, hanno la loro storia come testimone di quell’‘altro’ che sono e che rappresentano al di fuori di manifestazioni, sicuramente necessarie, ma non fondanti. La Pantera, nell’anno senza Palio, nell’anno senza giri di bandiere e rullii di tamburi, celebra il suo Santo Patrono con la consapevolezza ed il senso di far parte di qualcosa che solo a Siena può essere compreso e che da Siena, chissà, potrebbe divenire monito per una società stordita da una frenata improvvisa, ma forse necessaria.

Andrea Gonnelli e Marco Ceccherini

Marco Ceccherini

Andrea Gonnelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO PATRONO CONTRADA DELLA PANTERA

La Festa titolare della Contrada della Pantera viene celebrata in onore di San Giovanni Decollato. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 29 agosto.

Questo santo è l’unico di cui si ricordano sia la nascita terrena, celebrata il 24 Giugno, che la morte, ovvero la nascita al cielo, il 29 Agosto. San Giovanni Battista, cugino di secondo grado di Gesù, viene ucciso nel 35 d.C. in quanto si era più volte espresso contro la condotta di Erode Antipa, che conviveva con la cognata Erodiade. Per questo il re di Galilea lo aveva fatto imprigionare, ordinandone poi la decapitazione, quale desiderio espresso da Salomè, figlia di Erodiade.

La devozione panterina nasce nel XVII secolo, quando la contrada, alla ricerca di una sede stabile, si insedia nella Cappella di San Giovanni Decollato sita all’interno di Porta Laterina, dove gli abitanti di Stalloreggi e del Laterino si riuniscono per svolgere le proprie assemblee. La cappella data in custodia inizialmente  alla Compagnia della Morte, viene poi ufficialmente concessa in uso alla Contrada il 27 Febbraio del 1685 dal Granduca di Toscana Cosimo III, mentre solo il 14 Marzo dello stesso anno, la Magistratura della Biccherna ufficializza la concessione, lasciando inalterato l’uso condiviso con la Compagnia della Morte. Dal 29 Agosto 1685 la Contrada del Laterino, detta “della Pantera”, celebra la ricorrenza della Decollazione di San Giovanni Battista. La Cappella viene successivamente ristrutturata ed ampliata a spese della Contrada tra il 1685 ed il 1688, con l’annessione della sagrestia nel 1719.

Nel 1731 la contrada riceve le reliquie del Santo Titolare donatele dal Pievano di San Giovanni. Un secolo dopo l’insediamento nella Cappella, nel 1786, la Contrada deve lasciare la stessa in quanto destinata a stanza mortuaria del nuovo cimitero, previsto da un provvedimento del Granduca Pietro Leopoldo II nel 1784. Il 4 Luglio del 1786, la Contrada lascia quindi la sua prima sede, che viene poi demolita nel febbraio 1893.

In assenza di una cappella, alla Contrada fu  concesso di officiare presso l’Oratorio dell’Arte dei Tessitori sotto la Chiesa di San Sebastiano lungo il Fosso di Sant’Ansano dove rimase fino ai primi decenni del 1800. Nel 1831 viene concesso, dall’Istituto Tommaso Pendola, l’utilizzo della chiesa di Santa Margherita in Castelvecchio che diviene quindi una sede fuori dal territorio di appartenenza. Durante il Ventesimo secolo alla Pantera viene concesso di officiare presso la Chiesa di San Quirico e Giulitta presso l’omonima via San Quirico. Per problemi statici della chiesa stessa, la contrada inizia, durante i primi anni Ottanta del Novecento, a celebrare le proprie funzioni religiose presso la Chiesa di San Niccolò al Carmine in Pian dei Mantellini.

Dove sorge ora la Chiesa del Carmine, nel XIII secolo vi era una scoscesa balza che digradava giù tra i borghi di S. Marco e del Laterino fino al fondo della Tressa. Si pensa che già da prima dell’anno mille v’avevano preso dimora degli eremiti del Monte Carmelo.

In Pian dei Mantellini, i frati avrebbero già avuto una chiesa intitolata a San Niccolò, ma soltanto nel 1256 , abbiamo la prima testimonianza della presenza della famiglia dei frati di S. Maria del Carmelo che, avevano già iniziato a costruire il convento.

Non si conosce l’architetto che costruì questa chiesa, ma possiamo intuire che i frati carmelitani non fossero alla ricerca di uno stile architettonico ricco e monumentale e si mantennero in linea con la corrente romanica che caratterizzava tutte le costruzioni italiane dell’epoca.

La chiesa è costituita da una pianta rettangolare chiusa in fondo da un abside, a sua volta, rettangolare. Il tetto è costituito da capriate lignee alleggerite da ornati policromi semplicissimi con un campanile del XVII secolo.

Sono molte le opere d’arte si valore conservate all’interno della Chiesa del Carmine. Sulla parete destra della navata si trova forse la più importante opera della chiesa: la grande tavola con “ S. Michele arcangelo che scaccia gli angeli ribelli” di Domenico Beccafumi , databile al 1526-1535 circa. Ancora più avanti, oltre la cappella , si trova la Madonna dei Mantellini, tavola di scuola senese del 1240. Nella cappella del Santissimo Sacramento, in un altare rinascimentale vi è rappresentata la “ la natività di Maria” del Sodoma.

IL SONETTO

Festa Titolare Contrada Sovrana dell’Istrice

Era da poco scoccata la mezzanotte e, al Leone, con tanti istricialioli brindavamo al novo anno; eravamo, tutti più o meno, strasicuri che il 2020 sarebbe stato un anno straordinario, per non dire unico, pieno di sorprese.

Magari  non come lo sognavamo noi, ma non possiamo negare  né che non sia stato unico e neppure che son mancate le sorprese in questo 2020!

Tra i canti di Contrada che noi e le altre Consorelle spesso intoniamo, ce n’è uno che dice “Chi tocca un contradaiolo cazzotton e legnate nel groppon”. Ebbene si, dobbiamo ammetterlo, tutti indistintamente quest’anno siamo stati invece un po’ “cazzottati” e “legnati”, non tanto fisicamente quanto nella necessità, pur vissuta con grande serietà e responsabilità, di rinunciare al nostro consueto modo di scandire il trascorrere del tempo come senesi e contradaioli.

No, no, non è stata colpa di nessuno in particolare – anche se di minacce ne subiamo sin troppe e tutte fuori luogo -, ma di una microscopica entità biologica comunemente detta “virus”, che in quattro e quattr’otto ha invaso il mondo e lo sta tuttora “pillottando” di nocchini.

E così, come già avvenuto in altre Consorelle, saremo costretti, per quest’anno, a fare a meno di tanti bei momenti che arricchiscono la nostra Festa Titolare. Ci sarà la celebrazione del Mattutino, ma informa ridotta rispetto agli altri anni, e non vedremo transitare per le vie del Rione tamburi e bandiere come invito per tutti a gioire ed a partecipare alla Festa.

Non ci potremo accalcare per le vie del Rione a gustare un bicchiere di buon vino od il fresco di una fetta di cocomero; oppure sperare che il biglietto preso alla pesca di beneficenza ci consenta di vincere un oggetto un po’ più presentabile di quello dello scorso anno.

Non vedremo i nostri bambini, con i giubbetti delle contrade, correre a perdifiato tra Camollia e Pignattello per contendersi la vittoria del Palio e l’assegnazione del tanto agognato drappellone, realizzato in maniera mirabile dalla Seggioloni o da qualche altro artista nascente.

Ci mancherà soprattutto il Giro, la confusione degli alfieri che di prima mattina si accalcano sotto la finestra dell’Economato in attesa che qualcuno cali loro la bandiera, mentre i tamburini, tra il frastuono dei rulli, cercano di registrare l’accordatura ai propri tamburi.

Ci mancheranno i festosi incontri con i Dirigenti ed i contradaioli delle Consorelle nel momento in cui andiamo a rendere loro omaggio.

Ci mancherà l’interminabile fila di carrozzine e passeggini e la moltitudine di contradaioli che, al canto “Istrice nostro dai quattro colori” accompagnano la Comparsa nel suo rientro in Contrada.

Ci mancheranno la stanchezza, il gonfiore dei piedi, le vesciche nelle mani ed il dolore delle braccia e delle gambe.

Io poi, da quando avevo 8 anni non ho saltato un giro; e se non fosse stato per il “virus”, sarei stato onorato di indossare per il 35° anno la montura e sventolare quella bandiera, dall’asta sempre più pesante, ma che quando sventola nel cielo riesce ad emanare un suono così lieve e armonioso da far tremare ogni centimetro del tuo corpo.

Comunque da senesi e contradaioli quali siamo, non c’è “virus” che tenga e siamo certi che l’anno prossimo torneremo a scandire il tempo nel giusto modo, ancor più fieri della nostra Storia e della nostra unicità quali cittadini d’Italia e del mondo. Arrivederci all’anno prossimo!!!!

Andrea Pagliantini

Emiliano Muzzi e Andrea Pagliantini

SANTO PATRONO CONTRADA SOVRANA DELL’ISTRICE

La Festa titolare della Contrada Sovrana dell’Istrice viene celebrata in onore di San Bartolomeo Apostolo. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 24 agosto.

La prima sede degli Istriciaioli ,intorno al 1623, fu la Cappella della Visitazione al Tempio della Beata Vergine Maria, detta “di San Donnino”, costruita fra il 1523 e il 1526 a fianco della chiesa di San Pietro alla Magione, a quel tempo sede dell’Ordine Gerosolimitano. Nei primi anni del ‘700, gli Istriciaioli furono ospiti della chiesa della Confraternita di Fontegiusta dove ebbero il permesso di costruire un proprio altare. All’inizio i rapporti furono cordiali, tanto che la Contrada donò alla Confraternita i 50 talleri della vittoria del Palio del 1709, ma in seguito sorsero dissidi che la indussero a lasciare Fontegiusta. Nel 1733 la Contrada ebbe il permesso di trasferirsi nella chiesetta di San Bartolomeo alla Castellaccia,ora non più esistente, subito all’interno della Porta Camollia, e nel 1737 ottenne la restituzione dei drappelloni dei Palii vinti che erano rimasti in Fontegiusta. Nel 1788, viste le pessime condizioni in cui versava la chiesetta di San Bartolomeo, gli Istriciaioli chiesero ed ottennero l’uso della chiesa di San Vincenzo e Anastasio, la cui Parrocchia era stata soppressa qualche anno prima, e qui vollero continuare la loro devozione a San Bartolomeo.

La costruzione e consacrazione di questa chiesa risale al 1144; nei secoli ha subito notevoli trasformazioni compreso il tamponamento della facciata e l’apertura nel ‘700 di un nuovo ingresso fianco sinistro prospiciente via Camollia. Il campanile, fortemente danneggiato dal terremoto del 1869, fu abbattuto e ricostruito nel 1871 su disegno di Giuseppe Radicchi. All’interno la chiesa probabilmente rimase nello stile romanico di origine fino ai primi del ‘700, quando il terremoto del 1697 e la moda imperante del barocchismo ne imposero un restauro integrale. Altri interventi del 1850-1852 e del 1909 ce lo hanno consegnato, approssimativamente, così come lo vediamo oggi. Sull’Altare Maggiore si può ammirare un grande ciborio con due angeli portacero, tutto in legno intagliato e dorato a oro zecchino (1711). La nicchia dell’abside è decorata da un affresco a tempera monocromo di Carlo Amidei (1745) raffigurante lo Spirito Santo con i Santi Vincenzo e Anastasio sullo sfondo di strutture architettoniche. Nell’altare di sinistra è posta la tavola a fondo oro raffigurante la “Madonna col Bambino fra Sant’Antonio Abate e San Bernardino e due angeli”, opera di Sano di Pietro (1406-1481). Nell’altare di destra, la statua lignea di San Bartolomeo , opera di Torquato Casciani (1932). Alle pareti, in cornici di stucco , quattro tele: una “Santa che distribuisce le ricchezze ai poveri”(scuola di Rutilo Manetti, XVII sec.), una “Madonna col Bambino e San Giovannino” (attribuita ad Alessandro Casolani o bottega del XVI secolo), la “Madonna Immacolata” realizzata fra il 1850 e il 1852 dal pittore Istriciaiolo Giuseppe Faiticher, e una tela raffigurante “San Girolamo”, opera di scuola senese del XVII secolo. Nella cantoria, un organo italiano del XVIII secolo, recentemente restaurato. Nelle pareti, in alto, una serie di grandi bracciali in legno scolpito e dipinto destinati, in passato, a contrassegnare i confini della Contrada, e alcune vecchie bandiere del XIX e XX secolo. Le pareti sono anche decorate da una numerosa serie di piccole tabelle in legno o in gesso sulle quali sono dipinti gli stemmi di famiglia dei Protettori del (XIX e XX secolo). Una lapide del 1830 ed un busto ricordano che in questa chiesa fu tumulato, nel 1513, il pittore Bernardino di Betto detto Pinturicchio.

Nella piccola sacrestia adiacente, si conservano i calici ,ampolle e altri preziosi oggetti di culto e corredo liturgico, fra i quali un antico piviale del XVII secolo. Alle pareti, una tela con “San Bartolomeo” del XVII secolo e quattro tele di scuola napoletana: “L’Immacolata Concezione con San Gennaro e San Nicola di Bari” ( cerchia di Francesco Solimena , 1657-1747), un ritratto di prelato attribuito a pietro Bardellino (1728-1810), la “Sacra Famiglia con San Giovannino ” (cerchia di Francesco De Mura,1696-1782) e “San Carlo Borromeo “, firmato e datato da Paolo De Majo,1771. Nel centro del pavimento è posta la lastra tombale incisa del cavaliere Luigi de Chamenet, morto per la “peste nera” del 1348.

IL SONETTO

Festa Titolare Contrada della Lupa

DOMANI SI GIRA

Ognuno di noi senesi si è trovato nei panni del cicerone, in compagnia di amici provenienti dalle regioni più disparate d’Italia e del mondo, girovagando tra i vicoli della nostra città, così angusti, così intimi: il luogo perfetto in cui cercare di spiegare l’essere e sentirsi senesi e contradaioli.

Le prime domande di questo gruppo di ascoltatori, solitamente, si accavallano e si accendono − in un crescendo di stupefatta incredulità – intorno al nostro magnifico Palio, alle sue suggestioni di guerra, di gioie pazze e di altrettanto travolgenti disperazioni, ai riti mescolati di popoli, cavalli, sudore, sacro, profano. Tuttavia, se l’amico turista è abbastanza sensibile e altrettanto curioso, raccontare di Palio non basta a dare risposta alla domanda delle domande: “Perché”? Perché tutta questa assurda costruzione umana concentrata in un unico punto del mondo?

In questo esatto momento della conversazione ognuno di noi smette di parlare, sospira (perché sa che il discorso sarà lungo…) e inizia un racconto diverso, più introspettivo e riservato: inizia a parlare di Contrada e dell’incredibile romanzo, lungo interi secoli, le cui pagine sono ancora in corso di scrittura. Parla di quella vita, all’interno della vita, che ci rende quello che siamo, partendo da un battesimo laico (ma non troppo) avvolti in un fazzoletto colorato simbolo di identità e appartenenza indissolubile e che si sviluppa in momenti di comunitaria familiarità, disegnando un romanzo di formazione collettivo che ha tratti di assoluta unicità.

La Festa Titolare è forse il culmine di questa vicenda umana. È il giorno in cui un intero popolo si riversa nelle sue strade antiche con un’operosità che si fa fatica a trovare altrove. Nessuno è in disparte, ognuno ha un ruolo in commedia. La Società è piena a qualunque orario e raccoglie gruppi di lavoro in cui l’adolescente e l’anziano discutono dei Palii appena trascorsi e al contempo decidono della disposizione dei tavoli, senza mai cessare di prendersi in giro l’un l’altro. La cucina trabocca di richiami e grida belluine, mentre qualcuno passa sottraendo di frodo un crostino. I ragazzi sono ovunque, fra un tamburo da tirare e le ultime bandiere da issare nei vari e impervi spigoli del rione. I bambini mettono a dura prova il pratino di Fontenuova galoppando sulla pista che a sera li vedrà competere per un cencio. Don Sergio tira a lucido la fontanina per i battesimi pomeridiani e ad ogni passante che lo saluta risponde con il consueto “Evviva!”. È una sorta di orchestra che suona senza bisogno di prove, e che non stona mai. E non le serve direttore, perché è la vita che ha insegnato ad ognuno la parte. E partecipare alla sinfonia è il più grande atto d’amore che si possa fare a questa lunga storia di gente qualunque che, insieme, forma una comunità impossibile a credersi.

All’interno delle stanze di Contrada, una penna d’altri tempi completa gli svolazzi sulle pergamene dei battesimi, mani di madri e di nonne spianano le ultime pieghe su una distesa sconfinata di monture. L’oratorio non è mai stato così splendente. Il vestito più bello è pronto per essere indossato.

A questo punto il narratore si è perso, ha divagato sulle ali del romanticismo: quel genere di romanticismo che si prova solitamente prima di andare a dormire la notte prima del Giro, guardando nel silenzio della notte quanto è bello il proprio rione durante la Festa Titolare. Il gruppo di amici si è zittito e ci guarda con un’espressione strana. Forse si sono persi anche loro, forse non capiscono. Forse sono colpiti dal fatto che l’identità di un singolo si tramuti in una vicenda umana così varia, complessa, in una matassa di voci e aneddoti e sogni così variegata e indistricabile. Il senese torna in sé, sorride vedendo il sorriso degli altri e li invita a cena in Contrada: bisogna vederle con gli occhi certe cose. Appuntamento prima del ricevimento della Signoria, cena veloce e poi di corsa a guardare il Palio dei cittini. Ma poi tutti a letto presto: domani si gira.

Guido Bruni e Alessandro Gronchi

SANTO PATRONO CONTRADA DELLA LUPA

La Festa titolare della Contrada della Lupa viene celebrata in onore di San Rocco confessore. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 16 agosto. A causa dello svolgimento del Palio viene celebrata come di consueto l’ultima domenica di agosto.

L’Oratorio di San Rocco Confessore fu edificato a partire dal 1511 dalla compagnia laicale di San Rocco. Soppressa la compagnia nel 1789, l’edificio passò alla Contrada della Lupa, che ne detiene ancora la proprietà.

La facciata è semplice, in mattoni, ma decorata da un oculo, da una seicentesca statua di San Rocco, da un portale timpanato in travertino, da lesene e da un frontone che corona il complesso.

L’aula è absidata, divisa in due campate e completamente affrescata con Storie di Giobbe ad opera di pittori senesi del Seicento. L’attiguo cappellone di San Rocco, nel quale è conservata la cinquecentesca statua del santo titolare in terracotta policroma di ignoto autore, è degno di nota per il ciclo decorativo di affreschi raffiguranti Storie di san Rocco, i cui autori furono Crescenzio Gambarelli e Rutilio Manetti.

All’esterno dell’edificio è posta una colonna con la lupa romana, donata dal comune di Roma. A fianco dell’oratorio sorge la sede storico-museale della Contrada della Lupa, che utilizza la chiesa come proprio oratorio. La fontanina battesimale è opera dell’architetto Giovanni Barsacchi, con una lupa in bronzo realizzata da Emilio Montagnani nel 1962.

Festa Titolare Contrada della Selva

Il nostro statuto all’art.73 recita:

  1. La Contrada della Selva venera, come Patrona, Maria SS. Assunta in Cielo, la cui festa ricorre agli effetti religiosi e civili il giorno 15 agosto.
  2. Per antico privilegio, la Contrada della Selva è altresì autorizzata a celebrare i riti in onore della propria Patrona nella quarta domenica di agosto.

Quest’anno “approfittando” (si fa per dire) dell’assenza del Palio celebriamo totalmente la nostra festa titolare “per il suo Santo”, come veniva fatto fino ai primi anni 70.

Seguono impressioni sparse, iniziate da un nostro dialogo surreale, partorite in occasione di un cenino fatto nell’orto del Vicolo delle Carrozze alla presenza di capitani plurivittoriosi, ex mangini, barbareschi e selvaioli semplici, un cenino genuino dal sapore antico:

“si fa per dì, alla fine so anche contenta che un si gira, quel giorno mi riposo”
“parli bene te, non ti dovevi mica vestì?”

“si ma a gestirvi tutto il giorno c’ero anch’io…”

Abituati a celebrare la nostra festa titolare tra i giorni del Palio d’Agosto quelli successivi (in ogni caso dopo l’annata paliesca) quest’anno ne sentiamo la mancanza in maniera esponenziale, abituati fin dai tempi in cui eravamo economi a fare mille cose e a non fermarsi mai… senza gli abituali preparativi il troppo tempo libero sembra immobile, irreale, e non è d’aiuto il fatto di non aver vissuto i giorni di festa del Palio di luglio, anche se la routine degli ultimi mesi ce la fa apparire come nella norma…

La situazione è incredibile, ritorni alla realtà quando vedi le persone con le mascherine, a distanza, guardinghe, attente a tutto, speranzose che tutto questo possa servire per accelerare quanto possibile l’uscita da questa emergenza, e che soprattutto ci permetta di uscirne più forti, con la consapevolezza della fortuna che abbiamo ad essere senesi e contradaioli.

Un caro saluto a tutti i componenti del comitato e a tutti i Senesi.

Michela Rossi e Gabriele Bartali

Gabriele Bartali

Michela Rossi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO PATRONO CONTRADA DELLA SELVA

La Festa titolare della Contrada della Selva viene celebrata in onore di Maria SS. Assunta in Cielo. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 15 agosto. A causa dello svolgimento del Palio viene celebrata come di consueto la quarta domenica di agosto.

Nel 1492 i componenti dell’Arte dei Tessitori, che abitavano in Vallepiatta, chiesero ed ottennero dal Comune l’autorizzazione per erigere una chiesa dedicata al loro patrono San Sebastiano. La costruzione prese avvio nel 1493, probabilmente su progetto di Francesco di Giorgio Martini, e, se nel marzo 1514 la chiesa venne descritta come funzionante, verso la metà del Cinquecento si deliberarono ancora spese per il suo completamento, a testimonianza di un lungo lavoro di finitura nonostante il quale la facciata, escluso il portale cinquecentesco, rimase incompiuta.

Riprendiamo dal sito della contrada la descrizione di alcune opere al suo interno, partendo dalla Madonna con Bambino e angeli dell’altare Maggiore, attribuita a Francesco di Giorgio Martini: L’opera rappresenta la Madonna con il Bambino in grembo, realizzati in terracotta, circondata da angeli modellati in stucco direttamente su un supporto ligneo. La molteplicità di materiali e di tecniche utilizzate in quest’opera ci fanno capire la bravura e la capacità dell’artista che l’ha realizzata. L’altorilievo fu eseguito da Francesco di Giorgio Martini nel 1474 circa, artista poliedrico che lascerà un segno nell’arte senese del XV secolo. Proseguiamo quindi con l’Epifania di Astolfo Petrazzi: lo splendido dipinto è ritenuto tra i più antichi del pittore, eseguito probabilmente verso gli inizi del secondo decennio del Seicento. Ritenuto da illustri studiosi di ascendenza veneta, per la stesura dei colori morbida e pastosa, risente anche dell’influenza della pittura senese di fine Cinquecento, ed in particolare di Francesco Vanni, Ventura Salimbeni e Francesco Rustici. Il quadro è ricordato nell’Elenco delle Pitture, Sculture e Architetture di Siena compilato da Fabio Chigi, futuro Papa Alessandro VII, nel 1625-1626 nella parte dedicata a San Sebastiano in Vallepiatta.

Passiamo allora alla crocifissione di Rutilio Manetti: Il dipinto è databile tra la fine del secondo e i primi anni del terzo decennio del Seicento quando il Manetti realizzò una serie di dipinti che s’impongono per autorevolezza compositiva, padronanza tecnica ed equilibrio stilistico. Infatti le immagini dei Santi raffigurati sulla tela testimoniano la ricerca di un linguaggio personale attraverso un’attenta ricezione di una moltitudine di stimoli artistici. Importante l’attenzione agli effetti chiaroscurali, ad un accentuato plasticismo con contrasti cromatici e ombreggiature profonde, influenzata dalle ricerche tecniche ed espressive del naturalismo seicentesco. Confermando il ruolo di leadership nell’ambito locale che il pittore avrebbe saputo mantenere sino alla morte.

Degno di nota è l’organo, ospitato nella cantoria (o orchestra) sopra la porta d’ingresso della chiesa, venne acquisito nell’anno 1821 dalla Contrada della Selva. La sua realizzazione risale alla fine del Rinascimento. Si tratta di un organo portatile nato per essere utilizzato anche all’esterno durante le processioni. Lo strumento è stato perfettamente restaurato nel 1979 dalla famosa ditta Zanin di Codroipo ed è ancora oggi regolarmente utilizzato per le funzioni religiose o per concerti.

La nostra chiesa ha subito varie fasi di restauro per danni causati da eventi atmosferici avversi, l’ultimo dei quali, concluso nel 2019 grazie anche ad un crowfunding pubblico, ha comportato la totale risistemazione del tetto, delle parti affrescate, dell’impianto elettrico e ha riportato l’altare alla cruda pietra togliendo le coperture lignee ottocentesche.

Festa Titolare Nobile Contrada del Nicchio

Sogno o son desto…

Andrea “O Samba, o che fai rigiri anche quest’anno!!!!”

Samba “Zitto zitto Andrea, a me ‘un mi riesce smette….. tutti l’anni è la solita musica, questo è l’ultimo (dico) e poi puntuale mi ripresento dal capotamburo e gli dico di lasciammi una montura!! Ma anche te un coglioni, un mi sembri proprio di primo pelo.”

Andrea “È vero…per chi come noi è entrato in piazza alfiere o tamburino che sia, la libidine e come quando s’è girato la prima volta!!”

Samba “E come la prima volta stanotte non dormirò.”

Andrea “Hai ragione…io rimetto la sveglia e guardo l’orologio ogni pochino sperando che soni alla svelta. Ovvia andiamo a letto e domattina…come sempre…noi vecchiarelli puntuali…sennò l’Economo s’incazza!!!”

Ecco, questo è quello che ci saremo senz’altro detti Andrea ed io la sera prima del Giro.

Purtroppo quest’anno non andrà così: questo maledetto “virusse” che ha fermato Siena ed il Mondo intero, ha spezzato una catena che durava per me quasi ininterrottamente da 50 anni (!), per Andrea (un po’ più giovane) qualche anno in meno.

Dovremo attendere il 2021, a Dio piacendo, per tornare ad emozionarci…io con il mio Tamburo ed Andrea con la sua bandiera!!!

E ci saremo, statene certi!

Andrea Finetti e Massimo Sambucci

Andrea Finetti

Massimo Sambucci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO PATRONO NOBILE CONTRADA DEL NICCHIO

La Festa titolare della Nobile Contrada del Nicchio viene celebrata in onore di San Gaetano da Thiene. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 7 agosto.

Fino al 1683 la contrada del Nicchio si riuniva presso i locali della Compagnia laicale di Santo Stefano. Avendo però maturato con la compagnia difficili rapporti di coesistenza, i nicchiaioli sentirono l’esigenza di costruire a loro spese un oratorio di loro proprietà. Acquistarono quindi, nel sito in cui oggi sorge l’oratorio, una casa dai padri del Carmine ed un’altra delle monache domenicane di Vita Eterna, ottenendo anche il permesso dal comune di utilizzare spazi della strada. L’oratorio, sorto in seguito alla demolizione delle case preesistenti, venne intitolato al vincentino San Gaetano di Thiene, da poco canonizzato.

L’oratorio fu edificato tra il 1683 e il 1705 dalla Contrada. Nel 1699 fu terminato l’interno ed iniziata la facciata terminata proprio nel 1705. La semplice ma elegante facciata in mattoni ed intonaco è a due ordini scanditi da lesene con mattoni a vista. Il portale, anch’esso incorniciato con mattoni a vista, è sormontato da una grande nicchia in stucco con al centro la Madonna col Bambino e santi, tavola del primo cinquecento senese probabilmente l’antica Madonna del Forcone che si venerava in un’edicola posta dove sorse poi la chiesa. La finestra posta nel secondo ordine della facciata, anch’essa incorniciata da mattoni a vista, è invece sormontata da un timpano barocco. L’interno si presenta assai piacevole per l’omogeneità dell’arredo e della decorazione pittorica dovuta a Giuseppe Nicola e Apollonio Nasini. Sull’altare maggiore è posta la statua lignea di San Gaetano, intagliata in Val Gardena e decorata dal pittore senese Aldo Marzi (1957).

“Nel giugno di questo disgraziato Anno almeno una bella notizia: all’interno dell’Oratorio della Nobile Contrada del Nicchio, è stata infatti ricollocata nel Giugno scorso, la tela realizzata nel 1825 da Luigi Boschi raffigurante San Gaetano Thiene.
Nel 2001, a causa dei lavori che hanno interessato l’Oratorio, la tela fu tolta dall’altare e ricoverata al sicuro nella chiesa di San Maurizio in Santo Spirito.
A distanza di molti anni la Contrada, in collaborazione con la Soprintendenza, ha deciso di restaurare la preziosa tela grazie al lavoro di Francesca Celentano e Cecilia Caporali e fu così che nell’aprile del 2019, furono presentati al pubblico i lavori di restauro oramai conclusi.
Adesso, la tela del pittore Luigi Boschi, ha trovato nuovamente la sua disposizione sull’altare maggiore, andando così ad impreziosire l’Oratorio eretto per volere dei contradaioli sul finire del 1600.
Con la speranza che questo sia di buon auspicio per la nostra Contrada…!!!”

Festa Titolare Contrada della Torre

Ogni forma di tradizione secolare, di cultura, di arte arricchisce l’animo e non solo permette di vivere meglio, ma addirittura di essere in quanto tale, uno scopo di vita meraviglioso, con un potere incredibile di continua rigenerazione.
Ecco, questo è il palio.

Questo è quello che ci è venuto a mancare in questo anno orribile: niente speranze, niente discussioni, niente previsioni, niente riti scaramantici, niente nottate al colonnino con gli occhi che si perdono in una bellezza lancinante, niente iniziazioni, niente battesimi contradaioli, niente tavolate per la strada, niente bandiere alle finestre, niente feste titolari, niente tufo in piazza.

Siena quasi non reale, o meglio sospesa…ma non ferma o ferita, perchè questa città antica e moderna ha tirato fuori la sua nobiltà e la sua unicità proprio in questi terribili giorni; quindi no, anche in tempo di non-palio, Siena è diversa da tutte le altre città, fortunata con i suoi tesori artistici e gelosa della sua identità. Ed ecco che in tempo di pandemia contrada ha significato solidarietà, aiuti concreti alle persone piu fragili e piu sole, mascherine distribuite gratuitamente dai nostri “citti” e dalle nostre “citte” agli abitanti del rione (quindi non solo ai contradaioli).

Ora sono riaperte le società, i corsi per i giovani alfieri e tamburini sono attivi in ogni rione, sono sono ritornate le cene anche se a numero chiuso ed a distanze inusuali.

La nostra identità piano piano inizia di nuovo a farci gonfiare il petto.

Solo dai più anziani abbiamo ascoltato con attenzione il racconto della bellezza del primo palio dopo la guerra, ora questa gioia toccherà a tutti!

Aldo Gessani, Riccardo Mulatto

Aldo Gessani e Riccardo Mulatto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO PATRONO CONTRADA DELLA TORRE

La Festa titolare della Contrada della Torre viene celebrata in onore di San Giacomo Maggiore e Sant’Anna. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorrono rispettivamente il 25 e 26 luglio.

L’oratorio della Contrada della Torre, dedicato al San Giacomo maggiore e a Sant’Anna, fu costruito a partire dal 1531 come ringraziamento alla Vergine Immacolata sotto la cui protezione era stata combattuta e vinta nel 1526 la battaglia di porta Camollia contro le truppe fiorentine e pontificie.
A ricordo di tale vittoria, per onorare il coraggio mostrato dagli uomini della Contrada, la Repubblica senese permise di edificare in Salicotto una chiesa intitolata ai due Santi, dietro sollecitazione degli stessi abitanti del rione i quali – riuniti nella Confraternita dell’Immacolata e dei Santi Giacomo e Cristoforo, strettamente connessa con la Contrada del Lionfante – contribuirono fattivamente alla realizzazione del progetto.

I lavori di costruzione dell’oratorio furono terminati nel 1536, come confermato da una lapide marmorea visibile all’interno dell’oratorio, sulla quale si legge IM(maculatae) MAR(iae) OB VIC(toriam) 1526. 1536 F(undamenta) P(osuere): “A Maria immacolata, a motivo della vittoria del 1526. Realizzato nel 1536”.
L’originaria struttura cinquecentesca, della quale non conosciamo le caratteristiche, subì profondi cambiamenti alla metà del XVII secolo. A partire dal 1665 iniziarono infatti importanti lavori di ampliamento e di ristrutturazione che determinarono l’attuale aspetto di gusto controriformato della Chiesa. Nel 1702, al termine dei lavori di decorazione pittorica della volta e di quelli a stucco affidati rispettivamente a Dionisio Montorselli e Iacomo Franchini, la chiesa fu solennemente inaugurata.
Sul finire dell’Ottocento (1893-1894) i Torraioli fecero restaurare gli stucchi e realizzare una nuova pavimentazione in marmo alla quale lavorò Leopoldo Maccari su disegno dell’architetto purista Giuseppe Partini, torraiolo. Lo stesso Partini curò il restauro della facciata.
Nel 1901 venne infine realizzato il campanile su progetto di Agenore Socini.
Nel corso del Novecento vari interventi hanno riguardato il rifacimento del tetto (1955) e la sostituzione del pavimento (1969). Negli ultimi anni (2001-2003) l’oratorio è stato interessato da importanti lavori di restauro degli intonaci, degli affreschi, dei dipinti e degli arredi, di consolidamento delle volte e di adeguamento degli impianti alle attuali norme di legge, che hanno restituito all’edificio la sua originaria bellezza.

SONETTO

Festa Titolare Nobil Contrada del Bruco

Una festa in silenzio

A.D. 2020. Chi non ricorderà questa data anche se spazzata dal tempo. Chi non richiamerà questo anno per tramandare il ricordo. Chi si salverà dall’incubo del silenzio che separa le vite?

Si perché l’opposto della Festa è proprio il silenzio.

E poi c’è la Contrada, metafora della vita che si risveglia in primavera, con il rullare dei tamburi sopra al frusciare delle bandiere. Il rumore più bello: la voce del cuore. La Contrada racconta la vita di ognuno cucendola insieme e formando così “la Festa” che una volta all’anno diventa quella più importante, quella Titolare appunto. Talmente importante da festeggiare la Madonna! E così sboccia il rione come fiore colorato, di bandiere e di colori che racchiudono la passione di ognuno. La Festa può manifestarsi solo con la partecipazione. Tutte le generazioni agiscono insieme per l’unico scopo: esserci. Stare insieme in allegria facendone parte. Altrimenti non può manifestarsi nessuna Festa. Altrimenti possiamo solo ricorrere al ricordo. Alla riflessione. All’ attesa.

Ecco. Durante il periodo di restrizioni a causa del virus, come vittime di un vile incantesimo ci siamo ritrovati bloccati. Derubati del tempo reale e costretti a guardare. Immobili. Dalla finestra. Mentre i giorni di festa diventavano… ricordi di festa: cercando invano di sentirne il rumore…

…Dei soliti tamburi che ti svegliano presto…dei berci dell’Economo che intimano ordine. Dei cittini assonnati che si stropicciano gli occhi. Dei ragazzi più grandi che intonano un coro…

Ed ora invece siamo qua. Immobili e soli in mezzo ai ricordi, aspettando la Festa, quella vera e importante, quella fatta di abbracci e sorrisi che hanno la forza di spazzare via di colpo questo maledetto silenzio!

Michele Pieri

Roberto Di Paola

Michele Pieri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO PATRONO NOBIL CONTRADA DEL BRUCO

La Festa titolare della Nobil Contrada del Bruco viene celebrata in onore della Visitazione di Maria Santissima a Santa Elisabetta. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 2 luglio. A causa dello svolgimento del Palio viene celebrata come di consueto la seconda domenica di luglio.

La costruzione dell’Oratorio risale alla seconda metà del 1600. La data più frequentemente citata nelle pubblicazioni storiche è quella del 1680, anche se non mancano indicazioni diverse. È certo, come risulta dal libro delle deliberazioni della Nobile Contrada dell’Oca, che il 3 maggio 1667 fu deciso un contributo di mattoni “per soccorrere la Contrada del Bruco che trovavasi in bisogno di materiali per la erezione della Loro Chiesa”, per cui solo in quell’epoca può essere stata edificata nel suo definitivo assetto come ora la vediamo.

Nell’Oratorio si venera la Madonna della Disciplina Maggiore, dipinta su tavola da Luca di Tommè nel 1370. Il nome le deriva dalla Compagnia Laicale detta appunto della Disciplina Maggiore che fu la prima proprietaria e dopo la soppressione di questa, a seguito delle riforme Leopoldine del 1779, fu acquistata dalla famiglia Pacciani che la donò alla Contrada del Bruco nel 1792.
Alle pareti dell’Oratorio sono collocate quattro tele raffiguranti la circoncisione di Gesù, l’Adorazione dei Magi, S. Caterina e San Bernardino. Le prime due sono di Dionisio Montorselli e i due santi senesi sono attribuiti a Giuseppe Nasini.
Sulla cantoria è conservato uno dei più antichi organi di Siena risalente al secolo XVII.

IL SONETTO

IL GIORNALINO

 

Festa Titolare Contrada della Chiocciola

Una festa titolare anomala e triste

Senza tufo, senza cavalli ma soprattutto senza tamburi e bandiere giallo e rosse in giro per Siena.
Per noi Chiocciolini, infatti, il 29 Giugno non è solo l’inizio dei quattro giorni di Palio ma la Festa Titolare da sempre.
Mi mancherà indossare la montura, cadenzare il passo e raddoppiare in batteria con gli altri tamburini, incontrare gli amici nelle altre consorelle, il rientro frettoloso della mattina per poi andare in Piazza a prendere il cavallo, quando corriamo, la ripartenza del primo pomeriggio, le indiscrezioni sulla monta strada facendo, l’incontro con i piccoli chiocciolini per poi andare in Provenzano a portare il cero, assistere alla prova dalle finestre del palazzo comunale, il rientro dopo calpestando il tufo, l’ingresso in San Marco imbandierato e illuminato a festa sulle note dell’inno suonato dalla banda, la stanchezza ma la fierezza di avere indossato nuovamente la montura che da 40 anni scandisce la mia vita contradaiola .

Nicola Peccianti

Nicola Peccianti

Davide Burroni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO PATRONO CONTRADA DELLA CHIOCCIOLA

La Festa titolare della Contrada della Chiocciola viene celebrata in onore dei Santi Pietro e Paolo. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 29 giugno. La Chiocciola è l’unica Contrada che festeggia la Festa Titolare a prescindere dal giorno settimanale. La Festa Titolare ha luogo infatti il 29 giugno, anche se è il giorno della Tratta del Palio di luglio.

La chiesa della Chiocciola è quella che fu del monastero delle monache di San Paolo che nacque in un luogo chiamato “Certosina” situato poco fuori porta San Marco, con atto di fondazione del 22 settembre 1344.

L’edificio religioso si doveva affacciare su via delle Sperandie, alcuni metri a valle, dopo aver oltrepassato il cavalcavia che fa da ingresso alla chiesa attuale.
Fino a tutto il XVI secolo fu quella la chiesa del monastero di San Paolo, ma a partire dagli inizi del XVII secolo si sentì la necessità di dotarsi di un nuovo edificio di culto a causa dello spazio non più sufficiente per l’accresciuto numero di monache.
Nell’anno 1609 la badessa suor Eufrasia Piccolomini istituì un registro nel quale furono annotate tutte le spese per la fabbrica della nuova chiesa. La novità del progetto, assegnato al senese Flaminio del Turco, consisteva nel fatto che la nuova chiesa si sarebbe affacciata non più su via delle Sperandie, bensì su via San Marco attraverso la costruzione di un cavalcavia. Per superare il dislivello fu necessario costruire un altro ambiente al di sotto della chiesa: una cripta. I lavori ebbero inizio cinque anni più tardi, nel 1614, e a causa di difficoltà economiche incontrate si protrassero a lungo, tanto che solo nel 1634 si mise mano ad edificare la facciata su via San Marco, più arretrata rispetto all’attuale. Il coro soprastante al cavalcavia non era stato ancora realizzato e quindi nemmeno la facciata che oggi vediamo. Dovevano passare però altri undici anni prima che la chiesa venisse dotata di una cupola, la cui costruzione venne puntualmente annotata nelle carte del monastero a partire dall’8 maggio 1645.
Il cupolino o lanterna della cupola, che a seguito del forte terremoto dell’anno 1798 crollò rovinosamente, fu nuovamente ricostruito nel 1818 dall’architetto senese Agostino Fantastici secondo canoni neoclassici. In quest’anno la chiesa non apparteneva più al monastero di San Paolo che, in base alle riforme napoleoniche era stato soppresso otto anni prima a seguito di un’ordinanza del Prefetto dell’Ombrone del 3 ottobre 1810. A seguito di tale soppressione, i locali del monastero vennero venduti a privati, mentre la chiesa, nel 1813, fu assegnata alla contrada della Chiocciola che sconsacrò il primitivo oratorio intitolato alla Madonna del Rosario. A seguito della nuova acquisizione, anche il titolo della nuova chiesa fu cambiato in quello dei Santi Pietro e Paolo.
Coronando infine un progetto lungo diversi anni, nel 1974 la contrada riuscì ad acquisire anche la cripta della chiesa, ormai ridotta a locale degradato e fatiscente, che con un sapiente restauro fu adattato a nuova sala delle vittorie dove sono custoditi tutti i palii vinti e le memorie storiche più significative della Chiocciola.

IL SONETTO

Festa Titolare Contrada Capitana dell’Onda

“Citti, tra du’ minuti si riparte!”

“Citti, occhio alla montura!”

Ecco due delle frasi che mi mancheranno di più quest’anno. Si riferiscono al momento dei rinfreschi, ovviamente, una delle parti più apprezzate di ogni giro. Direte: “ma come?; il giro è una cosa seria, è decoro, solennità, sbandierate!” Certo! Il giro è sicuramente questo. Ma indubbiamente è anche socialità, una scusa per stare insieme, un appuntamento fisso e irrinunciabile a cui nessun amico (anche quello sempre impegnato) si può sottrarre. E quando l’ultimo dell’anno pensi all’anno che verrà, tra i pochi appuntamenti sicuri in calendario c’è quello della festa titolare e del giro in città. Con la speranza di farne due… e, crepi l’avarizia, perché non tre?!?

Quest’anno purtroppo non ne faremo neanche uno. E sarà durissima. Da quando ho ricordi, ho sempre girato, tranne che per malattia o infortuni seri! Un anno mi ero fatto male alla mano a fine maggio, ma dopo una quindicina di giorni di stecca mi feci fare una fasciatura miracolosa ed invisibile color pelle pur di non perdermi il giro. Feci un recupero talmente veloce che nemmeno Franco Baresi al Mondiale di USA ’94! Alla bandiera ho dato anche il mignolo della mano sinistra. Modestamente, durante gli allenamenti, feci un’alzata chilometrica… ma alla ripresa (decisamente…difettosa) chiusi male la mano e la bandiera, che veniva giù forte, mi fece uscire il dito. Che è sempre attaccato alla mia mano, tranquilli, ma è rimasto più piegato del drappellone sul Palco dei Capitani! Nel campo degli infortuni, vanto anche il triste primato di essere stato investito da una macchina (un tantino pirata…) durante un giro in campagna, con conseguente domenica passata all’ospedale in mutande (causa ginocchio gonfio come un pallone), ma con sopra la montura dell’Onda.

Ovviamente, e per fortuna, però, la festa titolare e il giro non hanno rappresentato per me solo sofferenza, anzi, tutt’altro! La Festa Titolare iniziava con gli allenamenti e ritrovarsi faccia a faccia coi grandi, coi ragazzi che entravano in Piazza e che erano lì per insegnare a me, piccolo bambino, come si girava la bandiera, era un onore incredibile. Era stare a contatto coi propri eroi e i propri modelli. Come era stupendo stare col mi’ babbo a ripassare i movimenti a casa. Ho poi avuto la fortuna di entrare in Piazza col mio fratello (vincendo un Masgalano, a testimonianza che dalla bandiera e dall’Onda ho ricevuto tantissimo) e allora sì che la casa diventava un luogo di allenamento continuo e di perenne studio (con tanto di cassette, sbandierate in sala, ecc.).

Quando ero piccolo seguivo poi sempre il mi’ babbo per il giro in campagna, preludio al giro in città, pima senza montura, poi monturato, ma sempre con la mia bandierina. Rimanevo affascinato dal contatto coi più grandi. Rimanevo soprattutto allibito da quanto mangiassero e non riuscivo a realizzare come facessero a trangugiare tutti quei pici all’aglione che il Cavallini, storico contradaiolo dell’Onda, ci faceva trovare verso l’ora di pranzo! Ora che sono grande, modestamente, credo di aver imparato bene la lezione di quei maestri…

S’arrivava quindi alla Festa Titolare e, soprattutto da ragazzo, anche per essere stato per quattro anni Presidente del Gruppo Giovani, sentivo sempre forte la voglia e il dovere di organizzare qualcosa di “ganzo” coi miei amici. Abbiamo organizzato svariate corse dei carretti, paliate varie e anche un’estrazione a sorte “alcolica” con le bandierine che uscivano dalle trifore di un palazzo pubblico che avevamo realizzato fedelmente nei giorni precedenti e che, da quanto era bello, avremmo potuto rivendere all’Italia in Miniatura! Prima della serata, però c’era da andare a “riscontrare la Signoria” e quello era un momento davvero emozionante e che ti riempiva di orgoglio, perché da solo rappresentavi la Contrada prima del solenne mattutino.

Eccoci arrivati al giro in città. Nonostante non mi sia mai riuscito andare a letto presto, la sveglia non è mai stata un problema e a volte, nonostante io non sia una delle persone più puntuali del mondo, negli anni in cui entravo in Piazza, arrivavo per primo, al punto di essere arrivato una volta talmente presto che l’Onda era deserta e c’era soltanto il nostro custode che, in un’ambiente piuttosto spettrale, portava via un piccione che aveva trovato morto fuori dalla Chiesa. Del resto non ho mai capito tutte le lamentele che immancabilmente sento ogni anno: “quest’anno è l’ultima volta!”; “a me un mi ci rifregano”; “ohi ohi, che tortura!” Spero di girare fino a che non sarò davvero vecchio, perché per me la tortura è non girare, tipo quest’anno!

Certo, andare in giro per Siena a fine giugno, coperti come se fossimo ad Oslo a marzo, per quanto Siena sia “la più bella delle città”, non è proprio una passeggiata di salute, ma chi se ne frega! Mentre vai su e già per le strade (perché Siena ha due tipi di strade: quelle in salita e quelle in discesa) ti viene da pensare: “perché non so’ nato a Ferrara, dove il punto più alto è 9 metri sul livello del mare?!?”, però ti basta un secondo per capire che ne vale veramente la pena. Ognuno di voi avrà i suoi riti e i suoi motivi. Quando ero piccolo per me era fondamentale per esempio fare tutte le sbandierate, perché volevo dimostrare di essermi allenato bene e di saper sbandierare. Non ne saltavo una, anche nei punti più critici (storicamente Civetta, Aquila, Tartuca e Bruco). Ora, grazie anche al fatto di girare sempre a ridosso del Palio (quest’anno avremmo girato addirittura il 28!), è soprattutto un’occasione di immaginarmi coi miei amici “paliopatici” dei lungometraggi (ma lunghi, lunghi, tipo “La corazzata Potëmkin”) sul Palio e in generale sulla stagione paliesca ormai alle porte. È anche l’occasione poi di scoprire angoli e curiosità della nostra splendida città, cose che puoi vedere solo se ti muovi a piedi. Come quando scoprimmo che in cima a Salicotto, all’incrocio con Via San Martino e Via San Girolamo, c’è, all’angolo, un piccolo e “utilissimo” cartello stradale che ti indica dove rimane l’autostrada A1!

In conclusione, vi ho raccontato quello che sono per me la Festa Titolare e il Giro in città, perché chiaramente ognuno ha il suo approccio a questa festa. Sono però convinto che molti avranno trovato molti elementi in comune con la propria esperienza personale. In generale, spero che questo pezzo sia servito a voi, come è servito a me, a soffermarmi un po’ a pensare sulla ricchezza e la fortuna che abbiamo ereditato, sull’importanza della sua tutela e su quella di sfruttare, nostro malgrado, questa estate senza palii, per riflettere, parlare ed operare sul ruolo della Contrada (a prescindere dal Palio) nella nostra vita, affinché si possa presto tornare a godere di quella unica socialità che la arricchisce. Non potendo venire di persona a incontrarvi presso la vostra chiesa, quest’anno, ci tengo a salutarvi comunque, come si conviene, con un’alzata virtuale, più alta e significativa possibile. La riprenderò il prossimo anno.

Andrea Cancelli

Andrea Cancelli

Guido Bellini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO PATRONO CONTRADA CAPITANA DELL’ONDA

La Festa titolare della Contrada Capitana dell’Onda viene celebrata in onore della Visitazione di Maria Santissima a Santa Elisabetta. Nella liturgia della Chiesa Cattolica ricorre il 2 luglio. A causa dello svolgimento del Palio viene celebrata come di consueto l’ultima domenica di giugno.

Era il 17 giugno 1787 quando gli ondaioli tennero la loro prima adunanza nella chiesa di San Giuseppe dei Legnaioli, prendendo così ufficialmente possesso del nuovo oratorio di Contrada.

Il passaggio dall’angusto “chiesino” di San Salvadore in San Giuseppe fu possibile grazie ad un decreto arcivescovile che rispondeva positivamente alla richiesta degli ondaioli di poter officiare in un ambiente più idoneo alle loro necessità. La storia degli oratori di contrada, come tutte le cose del Palio, intreccia la storia dell’arte con quella degli uomini rendendo vivo e suggestivo lo studio del patrimonio artistico della nostra città. La costruzione della Chiesa iniziò nel 1522 e sembra che la fabbrica del capo maestro muratore fu affidata a Baldassarre Giusti di San Quirico d’Orcia. Oggi l’oratorio ci appare con la bella facciata in cotto terminata nel 1653 da Benedetto Giovannelli, al cui centro spicca il busto marmoreo di San Giuseppe opera di Tommaso Redi e risalente al 1653. La facciata fu completata per ultima, l’interno, infatti, è cinquecentesco e spicca per la cupola ottagonale ad ombrello opera, secondo alcuni, di Baldassare Peruzzi, secondo altri del senese Bartolomeo Neroni detto il Riccio.

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