Palio 2 Luglio 2017 – Presentazione del drappellone

Il Drappellone

 

Drappellone

Onorandi Priori, Capitani, Autorità, contradaioli carissimi,

come sempre, in questo giorno in cui l’emozione è grande e l’attesa trepidante, la gioia abita in noi. Siamo qui riuniti, ogni volta come la prima volta, per dare inizio alla nostra Festa, così unica e così magica, che viviamo nel profondo dei nostri cuori, ciascuno nel suo io più intimo e tutti insieme allo stesso tempo.

Concedetemi, anzitutto, un ricordo a cui tengo molto, che vorrei condividere con tutti voi. In questo giorno di Festa, un pensiero speciale va ad una persona che ha dato tanto e fatto tanto per il Palio, e che se potesse sarebbe senz’altro qui con noi oggi: il maestro Cesare Olmastroni. Questo è il primo Palio senza di lui, e vi chiedo di ricordarlo con un lungo e sentito applauso.

Nelle settimane che precedono la Festa si fa largo in noi e cresce progressivamente quel sentimento indescrivibile di vibrante esaltazione e misurata eccitazione, così difficile da comprendere se non lo si è mai provato, che cresce e cresce e cresce sempre di più con l’avvicinarsi del Palio. Si respira nell’aria, si riconosce negli sguardi, si percepisce nella vita pulsante della nostra comunità che si prepara per il grande giorno, da secoli con la stessa colorata eleganza e la stessa calorosa passione. Robusto si tramanda di generazione in generazione il totale coinvolgimento collettivo che ci anima, motore insostituibile della nostra opera.

La città si guarda allo specchio, indossa l’abito migliore che ha e affronta con immutata commozione la più attesa delle occasioni, la più importante delle sfide. I mattoni di questi muri raccontano gesta epiche, le lastre che calpestiamo parlano lingue antiche, il cielo lentamente scende su di noi per avvolgere questa cerimonia così solenne e mai uguale a sé stessa.

Ci siamo, è giunto anche quest’anno il momento di conoscere da vicino il Drappellone per il prossimo Palio in onore della Madonna di Provenzano. L’autrice è l’artista Laura Brocchi ed è dedicato ai duecento anni del Teatro dei Rozzi. Laura Brocchi è una figlia di Siena, appassionata contradaiola ed artista raffinata dalle mani forti e dal cuore puro. Già autrice di cinque stupendi Masgalani, Laura si è dedicata fin dall’infanzia alla lavorazione dei metalli nell’antica bottega di famiglia, che da duecento anni porta avanti la sapiente tradizione della lavorazione del ferro battuto, tramandata geneticamente dal bisnonno calderaio Giuseppe, il nonno Gualtiero, gli zii Giovanni e Osvaldo e il babbo Mario. Ma non solo con il metallo si è misurata Laura, essendosi progressivamente

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affermata anche come disegnatrice e come pittrice su seta. Nelle sue opere emerge, con sorprendente forza, il suo amore per la città di Siena e le sue antiche tradizioni. Amore che ha brillantemente riversato sulla seta di questo splendido Cencio, coronando così il suo più grande sogno: dipingere il Palio.

Il Palio è dedicato ai primi duecento anni del Teatro dei Rozzi, inaugurato ed aperto al pubblico nel 1817. La Congrega dei Rozzi fu fondata da un gruppo di artigiani nel 1531, si trasformò in Accademia nel 1690 e, col passare degli anni, divenne una delle istituzioni culturali più prestigiose della nostra città. “Chi qui soggiorna acquista quel che perde” è il suo motto, ovvero come diventare Rozzi perdendo la rozzezza, grazie allo studio. Una lezione di vita, di straordinaria forza di volontà, di desiderio concreto di emancipazione sociale sul quale invito tutti a soffermarsi più del solito, soprattutto in occasione di questo importante anniversario.

Lo scopo finale della Congrega è indicato dai versi del suo più noto padre fondatore, il maniscalco Angelo Cenni, detto il Risoluto: “Trovandoci in fra noi come fratelli / da otto a dieci, tutti buon compagni, / sol per industriar nostri cervelli, / non per attribuir robba o guadagni, / e per mostrar ch’ancor ne’ povarelli / regni virtù”.

Nei versi del Risoluto si ritrova tutta la consapevolezza della propria impresa, in un’epoca nella quale democrazia significava impegno per eguagliarsi ai maggiori, per intelletto, e non il voler abbassare gli altri alla propria condizione. Un insegnamento più attuale che mai. Quella del Teatro dei Rozzi è una storia unica, dove lo spirito e l’arte popolare hanno saputo elevarsi a raffinata espressione teatrale e poetica. Anche in questo Siena si distingue, dimostrando che con la determinazione dei giusti si possono cambiare le sorti della storia. Il suo simbolo è una pianta di sughero secca che getta un pollone fresco dalla radice: un nuovo inizio nel segno della cultura e della libertà.

Il Teatro dei Rozzi ne ha viste tante in questi duecento anni, riportando anch’esso le terribili ferite della guerra, ma si è sempre rialzato, perché la città non l’ha mai abbandonato, ma preservato e sorretto nei momenti di difficoltà. Ne celebriamo quindi la longevità e la vivacità, sicuri che tra duecento anni sarà ancora lì a ricordare ai figli dei nostri figli l’importanza del suo insegnamento e del ruolo della cultura per la nostra città.

Il Palio è un tutto coerente, dove trovano spazio le maggiori virtù dell’animo umano. L’arte, così importante per una città che ha fatto della bellezza un valore universale, vive sulla seta di questo Drappellone nella forma e nel contenuto, nell’abile mano di Laura e nella favolosa storia del Teatro dei Rozzi, sotto lo sguardo protettivo della Vergine.

Il Masgalano, un vero e proprio gioiello, è realizzato da Paolo Penko, maestro d’arte orafa, scultore e designer di origini senesi. Un Masgalano all’insegna della tradizione nella forma ma genialmente originale nel contenuto, gentilmente offerto da Lions Club Siena, in occasione del 60° anniversario del club senese e dei 100 anni del Lions International.

Non mi dilungo oltre, ma un’ultima cosa vorrei però ricordare a tutti, non solo a noi. Il Palio è la nostra Festa, la più bella di tutte, e nessuno potrà mai cancellarla, snaturarla o denigrarla. Noi non lo permetteremo, perché ne va della nostra identità, della nostra storia e della nostra felicità.

 

Bruno Valentini Sindaco di Siena Siena, Cortile del Podestà di Palazzo Pubblico, 26 giugno 2017

 

PRESENTAZIONE DEL DRAPPELLONE DI MASSIMO BIANCHI

PRESENTAZIONE DEL DRAPPELLONE DEL PALIO DEL 2 LUGLIO 2017

REALIZZATO DA LAURA BROCCHI

Signor Sindaco, Autorità, Onorando Rettore del Magistrato, Onorandi Priori e Capitani delle Contrade, Senesi e Contradaioli,

non mi è facile nascondere l’emozione nel presentare l’opera attesa da una vita da parte di un’artista come Laura Brocchi che conosco e apprezzo da sempre e alla quale mi lega un sentimento di stima e di fraterna amicizia. Ancora di più da stasera per l’onore che mi ha fatto nel chiedermi di essere qui a condividere con lei questo momento di straordinaria intensità e che tutti e due ricorderemo molto a lungo. Laura è stata definita negli anni scorsi come la “donna dei Masgalani” (ben cinque infatti le occasioni in cui è stata chiamata a realizzarli), ogni volta regalando all’abbraccio della città un’opera ragionata in profondità, ma oggi Laura corona il sogno di ogni senese che sappia tenere in mano con maestria un pennello, usare i colori, forgiare ogni sorta di metallo ed entra a far parte di diritto e con merito del ristretto novero delle “signore del Palio”, di quel Palio che per Laura è espressione di pienezza di vita, di storia familiare e perfino ispirazione per la sua arte. Laura è infatti in primo luogo e soprattutto una senese innamorata della sua città e del Palio fin dentro al midollo, e credo che proprio questo sentimento l’abbia spinta oggi a presentare a Siena il frutto di tanta fatica, consapevole di essere di fronte a un giudizio popolare così unico, tremendo e spontaneo nella forma da far battere forte il cuore.

Ho visto nascere questo drappellone fin dal suo primo momento, fino dal bozzetto che Laura mi presentò per poi venire subito dopo completamente rapita dalla realizzazione del disegno preparatorio, degli stemmi e delle parti in metallo.

E se in questi lunghi mesi di preparazione ho capito qualcosa di questo Palio è che per comprenderlo pienamente bisogna partire da lontano e si può spiegare solo iniziando dalla committenza che è ogni volta un valore importante, ma che in questo caso assume un’importanza determinante perché il conferimento a Laura Brocchi dell’incarico di dipingere il drappellone del 2 luglio 2017 ha il sapore del riconoscimento del valore di una scuola, della tradizione antica della lavorazione artigiana del ferro battuto a Siena, di una bottega di famiglia che dal 1815 è sempre al solito posto, sotto la chiesa di San Martino a due passi da Piazza del Campo. Ed è dapprima la storia di una bottega di calderai dove si lavora soprattutto il rame e che poi introduce, migliorandosi e affinandosi, la lavorazione del ferro battuto.

Mi piace pertanto considerare questa committenza  - sicuro che anche Laura lo condivida – non come data a un singolo artista ma come il risultato faticosamente raggiunto da una scuola di artigianato di eccellenza, da una tradizione lunga duecento anni che è partita dal bisnonno Giuseppe Brocchi ed è passata attraverso le figure di Gualtiero, Osvaldo, per finire a Mario, scomparso troppo presto, a Daniela che molto si adoperò per preservare la bottega dopo la morte del marito, e infine ad Alessandro e ovviamente a Laura che assai bene incarna la sintesi di tutta questa lunga storia di artigianato del ferro battuto e del rame sbalzato. C’è molto di Laura infatti all’interno di questo drappellone; c’è tutta l’essenza e la sua anima di artista, c’è la sua arte di provenienza – non poteva essere altrimenti – , c’è tutta la sua crescita umana, intellettuale e artistica che, originata da una innata e naturale passione per le arti e il disegno in generale, anche attraverso studi di autodidatta – un merito, non un limite -, è poi sfociata nel primo sbalzo in rame sotto gli occhi attenti del babbo Mario, e ha infine affinato la sua tecnica modificando anche personalmente i processi di lavorazione adattandoli a ciò che voleva realizzare. Fino alla decisione di disegnare da sola le proprie opere: il passaggio tra artigianato e arte. E oggi le opere di Laura sono in quasi tutti i musei di Contrada e fanno mostra di sé nelle case di molti senesi.

Il Palio di Laura Brocchi è innanzitutto un drappellone che si presta a una doppia lettura: quella dell’immediato, per la quale ognuno ha una propria personale interpretazione; e per una lettura fatta invece a posteriori, dove ciascuno di noi potrà vedere a mente ferma che è un drappellone immaginato, amato, pensato anche nei più piccoli e minimi dettagli, nei particolari, nei punti di luce, dove nulla sembra essere lasciato al caso. Ed è un drappellone che dialoga fortemente con la dedica che l’Amministrazione Comunale ha voluto indicare per questa carriera, per i 200 anni del Teatro dei Rozzi, una dedica fortemente ricercata e voluta dalla stessa Accademia senese, una delle più antiche d’Italia, che attraverso il proprio Comitato organizzatore delle celebrazioni aveva richiesto a partire dal 2015 una tale intitolazione. Peraltro l’importanza della celebrazione del bicentenario di uno dei maggiori teatri cittadini è oggi riconosciuta dalla Presidenza della Repubblica con una targa commemorativa collocata all’interno della struttura. Il Teatro dei Rozzi fu inaugurato infatti il 7 aprile 1817 con una festa da ballo per tutti i soci dell’Accademia e l’11 aprile ci fu il primo spettacolo con il libretto semiserio L’Agnese di Fitzeury di Ferdinando Paer, evento al quale presero parte circa settecento spettatori, molti di più rispetto alla reale capienza del Teatro perché all’epoca non erano previste le sedute in platea. Da allora il Teatro dei Rozzi ha avuto il privilegio di ospitare sul proprio palcoscenico le più grandi compagnie di giro nazionali, trasformando il Teatro in un vero e proprio tempio della prosa italiana. Il Teatro fu poi chiuso nel 1945 per i danni riportati durante il secondo conflitto mondale ed è stato riaperto nel 1998 grazie a una convenzione tra l’Accademia proprietaria dell’immobile e il Comune di Siena che ne ha garantito il restauro, la gestione, il ritorno all’antico splendore e a una nuova vita.

Piace pensare che in quel 1817 la bottega dei Brocchi era già attiva da due anni in una felice e fortunata coincidenza e intreccio – non un caso -  dei percorsi di vita e culturali di due “istituzioni” – mi sia consentito questo termine – che per mano di Laura oggi si incontrano.

Era una dedica difficile da tradurre sulla seta, non facile da rappresentare ma Laura Brocchi è riuscita a farlo pienamente con la simbologia e con il tratto unico dello sbalzo – sono tante infatti le parti che ha realizzato nel suo laboratorio di via del Porrione – ma anche con il colore delle sue tinte sfruttando una sua lontana formazione per il disegno presso uno studio di grafica e ha reso possibile tutto questo con una pittura non scolastica, usando tonalità tenui a lei congeniali, diremo quasi in acquarello. Ed è una dedica diffusa in tutto il drappellone, non solamente confinata nella rappresentazione in alto dello stemma dell’Accademia e nella scritta, che si fonde magnificamente – ed è questa la novità che si può leggere in questa seta – con gli elementi tradizionali del Palio che Laura interpreta da senese quale è immaginando lo scenario di Piazza del Campo come un grande teatro dove vanno in scena i drammi, le vittorie, le sconfitte, le passioni della nostra vita e della nostra storia. E nel boccascena non poteva che esserci il cavallo, una figura possente che occupa la parte centrale del drappellone quasi a rivendicare il suo ruolo di eterno protagonista nelle vicende della corsa ma ancora di più nella secolare storia del Palio. Da sottolineare come il cavallo non è visto qui unicamente come l’attore principale, ma come l’elemento più genuino e autentico della rappresentazione. E proprio nel cavallo, con la sua criniera che si snoda verso l’alto somigliando a scoppiettanti lingue di fuoco grazie al sapiente utilizzo della antica ed efficace tecnica della foglia d’oro, si rivela il gusto e la ricerca del particolare. Laura infatti si è divertita a imprimere nell’occhio del barbero il riflesso del giubilo dove si intravede una campanina che suona a vittoria tra lo sventolare di una bandiera indistinta e la sagoma della Torre del Mangia, quasi a voler fissare sulla seta l’immagine che il destriero vede al termine della corsa vittoriosa. C’è un aneddoto particolare dietro alla pittura di questo occhio e che vale la pena segnalare: è stata Laura stessa a raccontarmelo in queste sere invernali e riguarda un episodio della sua infanzia, ovvero, di quando, bambina, era rimasta impressionata e perfino spaventata dall’occhio di fuoco del cavallo dipinto da Ugo Attardi nel Palio dell’agosto 1974 e che Laura si è ritrovata a riprodurre quasi inconsciamente nel proprio Palio. Il cavallo è poi anche un richiamo e un omaggio al luogo originario dove si tenevano le prime rappresentazioni teatrali dell’Accademia dei Rozzi – il cosiddetto Saloncino – sul cui sipario era dipinto un cavallo alato. E come ogni attore importante Laura colloca il suo barbero ideale all’interno del teatro, ma non di un teatro qualsiasi, bensì proprio all’interno del Teatro dei Rozzi che Laura riproduce fedelmente da innamorata quale è del disegno puro e dell’arte figurativa. Con una tecnica quasi iconica non disegna infatti un luogo astratto, o peggio ancora immaginario, ma il reale boccascena del Teatro dei Rozzi, con le sue preziose decorazioni e stucchi, che poi declina nello sfondo in un gioco di dissolvenze che ne attutiscono le linee lasciando scorgere volutamente il disegno preparatorio che Laura aveva fatto. E questo straordinario gioco di luci è un effetto voluto e ricercato in quanto dal bianco intenso al centro del drappellone prendono poi forma tutti i colori di cui il Palio è ricco.

L’orologio centrale del teatro segna volutamente le 19,30, l’orario di uscita dei cavalli dal Cortile del Podestà per il Palio di luglio, quasi a voler indicare l’inizio della carriera intesa come spettacolo ma ancora di più come metafora della vita; il momento in cui i dieci Popoli scendono nel Campo per darsi battaglia, in un confronto sempre uguale e sempre diverso, per affrontare l’ora della prova decisiva che li consacrerà alla gloria cittadina.

Nel momento della battaglia anche le assi del pavimento del Teatro sembrano diventare così simili alla pavimentazione di Piazza, mentre nella parte alta del drappellone assiste a questa scena il volto materno della Vergine di Provenzano raffigurata in una iconografia corretta ma “liberamente” rivisitata, con una corona molto simile nello stile e nella forma a quella originale, dove Laura ha voluto enfatizzare la presenza delle stelle che sembrano quasi ruotare intorno alla figura della Madonna e che, a ben vedere, sono proprio le stelle rappresentate sul soffitto dei Rozzi, con una pittura attenta alla definizione dei particolari, come nel caso della Vergine che indossa una gorgiera in metallo simile al rivestimento in lamina d’argento della raffigurazione originale dell’immagine di Provenzano.

Il velo azzurro della Madonna si allunga lungo tutto il drappellone fino a diventare il sipario blu notte del Teatro che sembra avvolgere in un abbraccio materno e protettivo la città intera, così come il sipario protegge e ripara alla vista gli attori prima di lasciarli andare incontro all’applauso caloroso del pubblico.

Nel lato destro del Palio arricchiscono e completano il drappellone tutti gli elementi e i simboli che da regolamento e tradizione devono comparire sulla seta. Laura ha voluto racchiuderli all’interno di una semplice striscia di tessuto dal colore del tufo di Piazza dove sono collocati molti di questi elementi realizzati in rame argentato e saldamente applicati sulla seta. E per questa delicata operazione Laura Brocchi ha voluto che la sua opera fosse in un certo modo corale e per questo ha richiesto a due sue care amiche, Barbara Cambi e Francesca Casini, di eseguire per suo conto con precisione e scrupolo i lavori di ricamo. In alto trova spazio anche la dedica ufficiale incisa in una striscia orizzontale argentata; al di sotto la Sughera, simbolo dell’Accademia dei Rozzi con il singolare motto che da sempre contraddistingue l’antico sodalizio, i tre Terzi della città racchiusi in un tondo a simboleggiare l’unità nella diversità dei diciassette Stati, e dieci bellissimi bassorilievi con le allegorie delle Contrade, raffigurate con parte del loro animale totemico e con la grafica che maggiormente le identifica e le caratterizza nelle loro bandiere. Al di sotto dello stemma del Sindaco è fissato un piccolo nerbo, simbolo della guerra che le Contrade insceneranno nel Campo e della vittoria che arriderà a una sola di esse.

E la logica sequenza data agli stemmi delle Contrade tenuti insieme da un sottile filo che li unisce e che termina nel nerbo e nello stemma del Sindaco non può non richiamare il fatto che dal 1659 il Palio viene corso dalle Contrade nel Campo sempre sotto l’attenta organizzazione e regia delle varie Magistrature del Comune di Siena con regole certe e ben consolidate: elementi questi che hanno permesso al Palio di giungere fino a oggi, senza che conflitti mondiali, crisi sociali, sconvolgimenti economici, rivoluzioni culturali e di costume nulla potessero modificare del suo assetto e spirito originario. E Laura, da perfetta aderente e conoscitrice della tradizione, ha voluto in questo maniera sottolinearlo.

Nella parte finale della striscia di tessuto troviamo dipinte e applicate ad arte, con punto bandiera, le due maschere della commedia e della tragedia a rimandare di nuovo al tema del Teatro: una bianca e una nera, l’una che ride, l’altra che piange, come del resto si conclude ogni volta la straordinaria vicenda del Palio.

Gli stemmi della Balzana, del Leone in campo rosso simbolo del Popolo e del motto in azzurro della Libertas sono dipinti a imitazione della pietra, materiale forte e duraturo come sono i valori su cui si basa l’antica repubblica senese. Laura ha voluto usare in questo caso il genere pittorico del trompe-l’oœil, una tecnica assai cara al compianto Maestro Cesare Olmastroni, in omaggio simbolico e colmo di affetto e gratitudine per un pittore che ha impersonificato un’intera epoca per l’iconografia paliesca.

L’opera di Laura Brocchi si completa perfino nella lancia che corona l’asta del Palio, realizzata come sempre dal fratello Alessandro, che reca l’incisione delle due già citate maschere della commedia e della tragedia quasi a legare perennemente la seta che sarà conservata nel museo della Contrada con l’asta che sarà poi consegnata al Capitano vittorioso. Anche nella parte retrostante del Palio – pur non volendo in alcun modo considerarlo un drappellone a due facce – Laura ha poi aggiunto, proprio negli ultimi giorni, le due maschere, comica e tragica, in rame brunito e lucidato per far risaltare la loro diversità applicandole strettamente alla fodera e lo ha fatto pensando a quando il popolo vittorioso sarà solito portare il Palio a giro per la città, offrendo così un utilizzo nuovo del retro del drappellone con una immagine ideata proprio per essere vista e goduta solo dalla Contrada in festa.

Ne scaturisce, in sintesi, un drappellone elegantemente potente con una Vergine forte e gentile. E’ un “Cencio” che all’apparenza non presenta quei segni che noi senesi siamo sempre pronti a ricercare a partire da questo momento, ma i segni verranno di sicuro, spontanei, all’indomani della Carriera corsa e sarà come sempre il destino del Palio a farli emergere chiari come un presagio scritto, futuro, ma che poteva essere letto solo a posteriori.

Ed è un drappellone che vorrei definire, con un solo termine, “esperienziale” per due diversi ordini di motivi. In primo luogo perché contiene al suo interno tanti elementi propri dell’anima dell’artista: come non considerare infatti il volto della Madonna come emerso dall’album dei suoi ricordi vista la somiglianza con il viso della mamma Daniela in un giorno radioso come quello del matrimonio – una immagine che resta bene impressa nella mente di una figlia – e come non considerare tale la presenza nella tela di tre rose selvatiche – cosa inedita per Laura che non è solita dipingere fiori – richiamate anche nel dipinto che ha realizzato, con la stessa serietà con la quale si approccia a ogni tipo di lavoro, per il Palio dei cittini come anello di collegamento e congiunzione con la sua storia e la sua infanzia. Ed è esperienziale anche per una seconda serie di motivi: questo Palio può dirsi il risultato e la sommatoria di tanti approfondimenti che Laura ha fatto nella sua carriera artistica e professionale, dalla grafica, al disegno, allo sbalzo, dalla capacità di analizzare criticamente tutto ciò che sta dietro alle apparenze, per finire alla curiosità, dote necessaria a chi, come lei, ama ricercare significati e segni per dare a ogni opera solide basi culturali e motivazioni che promanano dal cuore, come nel caso della “firma” impressa nel drappellone dalla zampa dell’animale domestico a lei più caro – il gatto – che allieta anche le sue giornate. E Laura Brocchi ha fatto tutto questo riunendo in un unico Palio le tecniche conosciute e usate nel passato da chi l’ha preceduta: pittura, sbalzo e perfino ricamo.

Mi piace concludere svelando uno dei tanti messaggi che ci siamo scambiati con Laura durante questi mesi in cui si diceva felice di poter lavorare e disegnare nel suo piccolo studio del vicolo della Fortuna con sotto le grida dei bambini che giocavano al palio dei barberi e il rullo dei giovani tamburini che passavano di continuo sotto le sue piccole finestre, rigorosamente con le persiane chiuse quasi a proteggere l’intimità e la sacralità del luogo dove questo Palio è nato: stanza appena rischiarata da una luce soffusa che era capace di rasserenare il mio animo ogni volta che passavo da lì, sapendo che Laura stava preparando con la dovuta cura l’oggetto del desiderio della Festa, ormai prossima, di tutta la città.

E davvero Laura può dirsi fortunata: non c’è un dono più bello e più grande di questo.

Per finire una considerazione: il drappellone di Laura Brocchi è il primo Palio che Cesare Olmastroni non ha potuto vedere concluso, avendone apprezzata solo l’impostazione iniziale, ma siamo certi che da lassù avrà guidato la sua mano nel donare alla città ancora una volta un’opera destinata a restare eterna, non solamente nella storia della Contrada che l’avrà per sempre, ma anche nella grande memoria collettiva e nel cuore del popolo senese.

 

MASSIMO BIANCHI